Molino, comunicazione e informazione

L’Associazione ticinese dei giornalisti ha sempre avuto uno sguardo critico nei confronti della comunicazione delle autorità in Ticino e del rapporto con gli organi di stampa, spesso piu sopportati che non aiutati a svolgere il loro lavoro. Proprio quando lo spirito, se non la lettera, della recente Legge sulla trasparenza dovrebbe spingere ulteriormente le autorità di ogni livello ad una trasparenza completa e a nuove forme di comunicazione piu ampie ed efficaci collaborando così con i media per la realizzazione del mandato costituzionale della libertà di stampa e opinione.

 

Purtroppo invece constatiamo alcune problematiche che si concretizzano in un atteggiamento e in modalità che abbiamo ripetutamente criticato, pubblicamente o con contatti diretti. Ottenendo qua e là dei miglioramenti. L’ATG, in particolare negli ultimi mesi, ha

  • criticato la Polizia per gli ostacoli posti al lavoro dei fotografi in occasione di eventi programmati o eccezionali;
  • criticato il Dipartimento delle Istituzioni per la conferenza stampa surreale e inconcludente dopo i presunti fatti di terrorismo alla Manor;
  • segnalato, in occasione della prima ondata della pandemia, come la comunicazione del consiglio di Stato fosse stata affidata alla polizia, quando il governo in questo ambito dispone di un proprio servizio, con tutta l’ambiguità di ruoli tra le due istituzioni;
  • segnalato al Consiglio di Stato come le modalità con cui venivano tenute le conferenze stampa durante l’emergenza pandemica non rispettassero il lavoro e il ruolo dei giornalisti, in particolare per i limiti posti alla libertà di porre domande, poi ripristinata dopo il nostro intervento. Problema che si è posto anche per i fotografi;
  • portato all’attenzione delle istituzioni – questo proprio qualche giorno fa durante la presentazione della ricerca sulla Menzione dei nomi in cronaca - le norme anacronistriche e castranti che oggi limitano il lavoro dei giornalisti e l’incapacità della Polizia e della Magistratura a comunicare come oggi si richiederebbe.

Ora, di fronte a una frattura sociale come quella prodotta dalla questione del Molino la politica non può semplicemente trincerarsi dietro le procedure, altrimenti il politico non fa il suo lavoro ma fa semplicemente l’”amministratore”, e in questo momento, per di più, lo sta facendo con comunicazioni cacofoniche e confuse. Un modo di comunicare che rende davvero difficile il lavoro dei giornalisti. Benché ci sia di mezzo una inchiesta della magistratura che deve stabilire le responsabilità precise di tutti gli attori coinvolti e ci siano quindi limiti e procedure da rispettare.

Sta alle autorità, e la stampa ne renderà conto, di trasmettere alla città e al Paese un messaggio “politico” capace di far capire che le istituzioni si stanno prendendo cura di questa frattura sociale, perché in piazza il 5 giugno è andato anche – e forse soprattutto – chi è preoccupato per la capacità dello Stato di essere al servizio dei suoi cittadini, tutti, e non contro di loro, o una parte di loro. C’è bisogno di un messaggio di coesione, e questo solo la politica e i politici possono darlo.  

Attaccare la stampa, accusata di alimentare sospetti, come fatto venerdì scorso da Norman Gobbi, significa non riconoscere ai media il loro ruolo, che è quello di porre domande, di chiedersi cosa è successo e cosa sta succedendo, usando pure la leva della critica – documentata e approfondita – perché è anche attraverso questo strumento che si costruisce il dibattito pubblico e democratico. Dal “palazzo” c’è bisogno di un messaggio politico di coesione, per sanare le frattura ed elevare i valori della democrazia e del rispetto. E qui il contributo della stampa è essenziale e va rispettato. Il giornalista non è un procuratore, non è un giudice, ma semplicemente un professionista che vuole aiutare la società a essere trasparente e a fare chiarezza, anche su vicende incandescenti come questa.

 

Comitato Associazione ticinese dei giornalisti